Il mio incontro con l’anatomia Vivente

“Abitare il corpo è forse la forma più profonda di architettura.”
Per anni ho studiato edifici, proporzioni, strutture, geometrie.
Mi affascinava il modo in cui uno spazio potesse sostenere la vita umana: accogliere, orientare, proteggere, trasformare l’esperienza di chi lo abitava.
Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a cambiare.
Più studiavo l’architettura, più sentivo che la struttura più complessa non era fatta di cemento, acciaio o vetro: era il corpo umano, un’architettura viva, mobile e adattiva, sensibile e profondamente relazionale.
E forse è stato proprio lì che è iniziato davvero il mio percorso.
Il passaggio dall’architettura al lavoro corporeo non è stato un cambiamento improvviso, ma una trasformazione naturale. Dallo studio dello spazio esterno, fatto di forme e strutture, mi sono avvicinata sempre di più a uno spazio interno, fatto di percezioni, movimento e presenza.
È in questo passaggio che ho iniziato a riconoscere il corpo come un luogo da abitare, non solo da osservare. Il corpo è un’architettura vivente.
Quando l’architettura smette di essere solo costruzione
Durante i miei studi sono stata profondamente attratta dall’architettura organica.
Non soltanto come linguaggio estetico, ma come filosofia dello spazio. L’idea che un edificio non dovesse imporsi sull’ambiente ma dialogare con esso, che la forma dovesse nascere dalla vita e non da un’astrazione geometrica, mi sembrava contenere qualcosa di profondamente umano. L’architettura organica cercava continuità: tra interno ed esterno, tra funzione ed emozione, tra struttura e movimento. Non esisteva separazione netta. Lo spazio veniva pensato come un organismo vivente.
E oggi, guardando il mio lavoro sul corpo, mi accorgo che quella visione non mi ha mai lasciata, perché il corpo umano non è una somma di parti separate; on è un insieme di muscoli da correggere o articolazioni da “aggiustare”, ma è relazione.
Ogni postura racconta un adattamento; ogni tensione ha una storia; ogni respiro modifica il modo in cui abitiamo noi stessi.
Quando lo spazio diventa esperienza
Quando studiavo architettura, lo spazio era qualcosa da progettare.
Si lavorava sulle proporzioni tra gli spazi, i volumi , le relazioni tra i pieni e i vuoti mantenendo l’equilibrio tra la struttura e la funzione. Fondamentale era il concetto del “Genius Loci” https://fiorivivi.com/2025/01/21/genius-loci/: la compatibilità rispettosa degli spazi architettonici con l’ambiente e, quindi, con il tempo, questa visione si è trasformata: ho iniziato a percepire che lo spazio non esiste solo fuori da noi, ma esiste anche dentro. Il CORPO è il primo spazio che abitiamo.

Il corpo come architettura vivente
Quando ho iniziato a studiare anatomia, non ero interessata soltanto alla biomeccanica. Certo, la struttura mi affascinava (le catene muscolari e miofasciali, gli equilibri, il movimento, la distribuzione dei carichi), ma sentivo che mancava qualcosa, perché il corpo reale non si comporta come un modello statico. Il corpo cambia continuamente:
si adatta, compensa, memorizza, protegge, trattiene, risponde. E soprattutto… sente.
È stato allora che ho iniziato ad avvicinarmi a una visione più sistemica del corpo umano. Una visione in cui emozioni, esperienza, cultura, percezione e biologia non sono elementi separati, ma aspetti della stessa architettura vivente.
Nel lavoro corporeo, lo spazio non è più solo geometria. Diventa esperienza. È lo spazio del respiro, tra il l’alternanza delle articolazioni, tra il Continuum Corporeo delle Miofasce di connettivo. Lo spazio che si crea quando il movimento è fluido e non bloccato.
Quando questo spazio si riduce, il corpo tende ad irrigidirsi, a comprimersi e perdere libertà di movimento. Quando invece lo spazio si riapre, il corpo ritrova possibilità, può creare nuove identità, nuove forme.
Il lavoro sul corpo mi ha insegnato a sentire, a percepire gli spazi interni, le profondità anatomiche. Nel corpo, la percezione è fondamentale.
Questa è stata una delle trasformazioni più importanti:
passare dalla forma vista alla forma percepita.
Attraverso il movimento consapevole, diventa possibile riconoscere le tensioni, sentire il peso e l’appoggio, percepire l’allineamento degli assi e migliorare la qualità del movimento. È un processo che coinvolge profondamente anche il sistema nervoso.
Dalla struttura alla percezione
Alla Facoltà di Architettura di Torino, ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi Insegnanti che mi hanno insegnato l’arte dell’osservazione. Più di tutti, c’è stato ancora un importante Maestro, fondamentale nella mia formazione come architetto: mio padre, Gian Franco riviera, Architetto Urbanista e Paesaggista.
Nel Master di Antropologia della salute nei Sistemi ho incontrato una prospettiva che ha dato finalmente un nome a ciò che intuivo da tempo. https://www.la-torre.it/
La salute non può essere letta per compartimenti isolati: non esiste un corpo separato dalla mente; non esiste postura separata dalla storia personale, non esiste sintomo separato dal contesto in cui una persona vive.
Ogni essere umano è un sistema dinamico.
Il dolore, ad esempio, non è sempre soltanto un problema meccanico.
A volte è il linguaggio attraverso cui il corpo esprime un sovraccarico, una difesa, un adattamento protratto nel tempo.
Anche la postura cambia in base alle esperienze: ci irrigidiamo per proteggerci; ci chiudiamo per adattarci; tratteniamo il respiro inconsapevolmente per sopravvivere alle emozioni.
Il corpo registra ciò che viviamo molto prima che riusciamo a raccontarlo con le parole.
Postura: uno spazio in equilibrio
Spesso pensiamo alla postura come a una posizione corretta da mantenere. In realtà, la postura è uno spazio dinamico in continuo cambiamento ed adattamento.
È il risultato di un equilibrio tra struttura (ossa e articolazioni), funzione (muscoli e movimento) e percezione (sistema nervoso). Quando questo equilibrio si altera, possono emergere tensioni, e quindi dolore, compensi, e disfunzioni.
Attraverso la posturologia e la rieducazione posturale, il corpo può ritrovare una nuova organizzazione più funzionale.
Guardando indietro, il filo che unisce il mio percorso è sempre stato lo stesso: la relazione tra forma, spazio e movimento.
Nell’architettura questo si esprime attraverso le strutture.
Nel corpo, attraverso la postura e il movimento.
È un linguaggio diverso, ma lo stesso principio.
L’incontro tra corpo, respiro e suono
Parallelamente a questo percorso, la musica ha continuato ad accompagnarmi: studiare il flauto traverso e l’ottavino, in un primo momento, e il violoncello, da adulta, mi ha insegnato qualcosa che nessun libro di anatomia avrebbe potuto spiegarmi completamente:
che il respiro non è solo una funzione biologica: il respiro è ritmo, presenza e relazione.
Nel suono accade qualcosa di straordinario: il corpo vibra. E la vibrazione modifica la percezione che abbiamo di noi stessi.
Con il tempo ho compreso quanto ascolto corporeo, respirazione e suono siano profondamente collegati al sistema nervoso, alla postura, alla regolazione emotiva e alla qualità della presenza.
Il corpo non è soltanto struttura: è risonanza, così come ogni strumento musicale.
Dal concetto all’esperienza
Questa visione prende forma concreta nel mio lavoro.
Nel mio studio a Parma, accompagno percorsi in cui il corpo viene esplorato come spazio vivo, attraverso:
- movimento consapevole
- rieducazione posturale
- lavoro sul respiro
- percezione corporea attraverso il suono
L’obiettivo non è correggere, ma creare le condizioni perché il corpo possa riorganizzarsi.
Dal correggere al comprendere
Per molto tempo la cultura del corpo ci ha insegnato a correggere la postura (la famosa ginnastica “correttiva” degli anni ’80), il dolore (attraverso l’uso o abuso di antidolorifici) e la forma (diete estreme e interventi chirurgici).
Il lavoro che faccio oggi nasce da una domanda diversa: e se il corpo non avesse bisogno di essere corretto, ma ascoltato?
Ogni persona sviluppa il proprio modo di stare nel mondo attraverso il corpo. Ogni corpo racconta esperienze, adattamenti, abitudini, emozioni, strategie di sopravvivenza, storie invisibili e segrete.
Per questo oggi, quando lavoro con le persone, non osservo soltanto una struttura anatomica, ma una biografia incarnata.
Forse il filo che unisce tutta la mia storia è proprio questo:
il desiderio di comprendere come gli esseri umani abitano lo spazio.
Prima erano gli spazi esterni: le architetture, le strutture, i volumi, i chiari-scuri e le forme.

Con il tempo sono diventati gli spazi interiori: il respiro, la postura, la percezione, la presenza, l’ascolto, il suono (interno degli organi ed esterno della musica).
Oggi sento che il corpo sia il luogo più complesso, affascinante e intelligente che possiamo imparare ad abitare, non da controllare, bensì da ascoltare. In fondo, il corpo non è soltanto qualcosa che possediamo: è il luogo attraverso cui facciamo esperienza del mondo.
Quando iniziamo a percepirlo in questo modo, cambia il modo in cui ci muoviamo, respiriamo e stiamo nel mondo.
Se vuoi approfondire il legame tra forma e corpo, puoi leggere anche: https://www.antonellariviera.com/simbolo-ar-architettura-organica-corpo-parmaautomatica/
Il corpo trova nuove possibilità quando viene ascoltato, non forzato.
Ogni percorso è unico, proprio come la storia che ogni corpo porta con sé.
Nel mio studio a Parma accompagno percorsi di posturologia e movimento consapevole, in cui il corpo può ritrovare equilibrio, spazio e presenza.
Se senti che questo approccio risuona con te, puoi contattarmi per un primo incontro.
“Ogni corpo custodisce una storia. Il movimento può diventare il modo per ritrovarla.”

